Nicola Bolla
Nicola Bolla (Saluzzo, 1963), artista di fama internazionale, vive a Torino dividendosi tra l'attività creativa e il lavoro di medico oculista. È noto soprattutto per il suo teschio di Swarovski, divenuto l'icona della società dell'apparenza del capitalismo avanzato, che nel 1997 precede di oltre un decennio quello in diamanti di Damien Hirst. L'idea del gioco, del costruirsi i propri giocattoli è parte centrale della sua Weltanschauung fin da bambino. L' innata abilità manuale, il desiderio di espressione e la capacità artistica lo hanno portato a dipingere e a specializzarsi nella produzione scultorea. Ha collaborato con importanti Gallerie quali la Sperone - West Gallery e la Nohra Haime Gallery di New York. Ha, inoltre, esposto alle Biennali veneziane del 1995 e del 2009 (Padiglione Italia) e ha conquistato grandi collezionisti come Calvin Klein, Yoko Ono e George Michael. Il teschio di strass in scala 1:1 è l'emblema e il capofila di un cospicuo corpus di sculture raffiguranti animali reali e fantastici (la pantera, il serpente, l'unicorno),ossa, fucili, orinatoi, cappi, un papa seduto a gambe incrociate, fino alle icone pop di Topolino e Bamby, tutte indiscriminatamente e interamente coperte di cristalli Swarovski incastonati su una intelaiatura a maglie fittissime. Questa vasta produzione che trasforma l'ordinario in extra-ordinario attraverso il materiale di costruzione, si rifà alla Wunderkammer (la camera delle meraviglie) di origine cinquecentesca e alla dimensione della raccolta di mirabilia naturalia e artificialia. Erano queste ultime, vere e proprie collezioni che, al tempo delle grandi scoperte geografiche e scientifiche, i viaggiatori alimentavano con pezzi provenienti da paesi lontani, quali gli scheletri di animali esotici, prodotti creati dall'uomo in altri continenti, o semplicemente oggetti ritenuti, per qualche anomalia o particolarità, degni di meraviglia. Le “Vanitas" sono lo specchio magico e psichedelico di una Weltanschauung che, nell'atto stesso di ammonirci circa l'impermanenza degli esseri viventi, dell'uomo tra essi e delle sue creazioni, non può fare a meno di celebrarne la bellezza in fatto di forme, proporzioni, dinamismo e splendore. Esse sono ciò che la critica ha principalmente riconosciuto come specifico dell'artista e quindi in qualche modo come suo marchio di fabbrica. Sono un "memento mori" che pulsa e risplende e che delleffimero del nostro passaggio in terra segna l'evanescenza ma anche sottolinea l'incanto. La critica agli illusori valori (denaro, potere, successo) del capitalismo neoliberale spinto e ormai in fase di decomposizione si accompagna all'inno alla corporeità e all'armonia della forma di una pantera, dove il nero lucido del pelo diventa tripudio di bagliori di cristalli Swarovski. L'ironia postmoderna degli orinatoi di duchampiana memoria fa tutt'uno coi fucili, rilucenti anchessi, quanto gli sgabelli e i cappi. Il teschio è uno scacco matto continuamente ribadito che blocca ogni via di fuga e che sbarra la strada a ogni possibile compiacimento e atteggiamento consolatorio. Ma Bolla è anche molto altro. Prima ancora che nelle sculture, la sua formazione ha radici nella pittura, che parte da un percorso di astrazione per arrivare all'icona figurativa di grandi dimensioni realizzata con pigmenti puri, fino a giungere alla distruzione dell'icona stessa attraverso gli interventi pittorici sulle copertine degli LP, destinati a divenire una nuova ossessione. Parallelo all'utilizzo dei cristalli Swarovski è l'approdo alle carte da gioco come materiale d'elezione per costruire le sculture. Nelle varie tecniche attraversate la costante sembra essere la modalità del processo creativo che si articola in due distinti momenti: la ricerca del lato nascosto delle cose e la loro trasformazione. Un tratto profondo della natura dell'artista, che è in primis un collezionista, un accumulatore seriale, è costituito dalla raccolta continua e ossessiva come reazione compensativa all'impermanenza di ogni essere animato, una pulsione a trattenere e a controllare, a far vivere e a dare vite sempre nuove all'inanimato che, in quanto "mai vivo", è possibile "non far morire". Unattitudine, questa della collezione, figlia di un diffuso "horror vacui", inversa e opposta allo sgomento che coglie altri tipi psicologici al pensiero che l'armadio, il tavolo e le sedie probabilmente gli sopravvivranno e che per tanto, a volte, preferirebbero un mondo senza oggetti. Il secondo momento, quello della ripetizione, è forse la cifra, formale e concettuale insieme, che maggiormente caratterizza l'artista. Essa, com'è noto, è azione di grande portata rituale e in qualche modo apotropaica. Viene da pensare ai riti di tutti i tempi e di tutte le culture, alle formule magiche delle fiabe, alla parola ripetuta nella preghiera e nei cerimoniali delle varie religioni.